Quando un figlio

Quando hai superato i 54 e pure i matchs mortetura e pure l'orfanaggio di un figlio ritrovarti con l'altro che ti fa fare il ripassino su tutto tutto ti si appanna a tal punto che si può regredire a tal punto da renderti sasso.

L'incosapevolezza dell'essere infiniti nel vento dello Spirito Santo

Io, Ale e Giuseppe, in attesa della fratellina, Vivina🙂 sul bordo del Castello degli Aragonesi.

C'era una volta una mamma

C'era una volta una mamma che sognava di fare la bambina.

Non è vero, c'era una volta una bimba che sognava di fare la mamma.

Camminava guardando le coppie e gli attribuiva 2 o 3 figli, or maschi or femmine,

ma non sappiamo se questi giovani gradivano questi doni.

Amava tutti, belli, piccoli e brutti,

ma sappiamo se tutti ricambiavano così platonicamente come lei?

Certo era che la chiamavano la vichinga, cresceva troppo in fretta e troppa si sentiva

e così attraversava la strada sempre correndo, per non far scorgere le forme sue.

Mentre cresceva si prendeva cura mò di un fratello, mò di un altro fratello, ma loro si prendevano cura di lei?

I suoi disegni valevano 7 e poi presentati dal fratellame valevano 10. Che stranezza la pedagogia, a volte.

"Signora sua figlia non ha fantasia", diceva la maestra facendolo ben sentire alla bambina e così lei quando scriveva si dimenticava quello che doveva scrivere. Che strano e pensare che la fantasia è un fiore che si semina e s'innaffia con sogni, speranze, soffi d'amore, venti di grazia circostante, luci notturne che ti sorreggono nel buio della sera. Ma c'erano le stelle a sera, ma loro sono autistiche, si danno, donandosi senza dir niente e così se fata Fantasia non si è dissetata potrebbe non aver parole da sussurrare nell'orecchio di chi il tema deve fare.

E poiché era innamorata dell'amore, mamma,

un giorno ha sposato un bambino vestito da uomo,

pensando fosse amore.

E poi ha pensato: "forse un vecchio possiederà la saggezza della magia dell'amore"

e ha trovato un Jolly che non invecchia mai e sempre in piedi sta, un trottolino sempre in piedi è! Sa ben giocare le sue carte e il padre sa pure fare.

E si è trovata sola, ma 

la speranza è l'ultima a morire e se hai l'Uno e Trino con te

potresti non aver bisogno nemmeno del re. 

 

Quando si sta tradendo

si sta tradendo e si pensa di separare.

Quando si sta tradendo

si sta pensando alla persona

chesistatradendo.

E così succede che si è separati?

La fonte e il sasso

Dipanare.

Matassa.

Cassetti della memoria,

Come strati sotterranei o sotterrati e se sotterrati, da chi?

Ormai sopiti sono abbagliati da un raggio di sole che sta facendo capolino tra il dipanar della matassa del mio passato col mio presente e più avvolgo il gomitolo più scopro una fonte dove finalmente abbeverarmi e affianco, incredibile, c'è un sasso, un grande sasso dove poter riposare.

"Ogni giorno ha la sua croce", se becco chi l'ha detto..., scherzo è Il mio primo amore che l'ha detto, rido. No, sorrido.

Chi ha detto che una croce non possa diventare un ponte per superare il baratro? L'inferno in terra?

Ho fatto un sogno. Un armadio dove tutto era in ordine e del vecchio disordine onirico era rimasto solo un abito, era, era per terra, era estivo,  era con dei piccolissimi fiori, con fondonero, come quelli che portava la nonnamia, quando era mia. Aveva una forma molto femminile e si arricciava in vita, ma era piccolo, della taglia di una bimba di cinque, sei anni, ricordava vagamente (?) quello della mia infanzia a cuoricini rosa e fucsia e poi quel cattivo dello sviluppo me l'ha portato via, ma aveva anche qualcosa di quei miei vestiti messi al rogo un giorno da mio fratello e mio cugino, nei colori e nel trasporto che io gli portavo. Cuccioli d'uomo. Che male v'avevo fatto? Lì dentro, in quell'armadio c'era ciò che avevo di più caro, cerano le passeggiate con la mamma, momenti d'intimitá che legano solo le donne, c'era quel vociare ciarliero, felice e spensierato che mai più ho visto: ma cosa sono questi lucciconi,

Giovanna?

E questa lacrima che scende, come si permette di mostrarsi in pubblico?

C'era un'anta semisocchiusa e da essa ho scorso le pantofole della nonnamia, che strano erano della stessa fantasia del vestito, portava sempre le stess e il nonno gliele comprava della Superga; erano riposte ordinatamente, proprio davanti, come fossero state riposte di recente. Ti voglio bene nonna.  C'erano anche alcuni miei abiti che ho amato, ma negli armadi dei miei sogni non trovavo mai.

 Che meraviglia, posso finalmente cambiarmi, quandi vado a letto, indossare quelle gonne leggere checol vento ti fanno sentire colorata e transustaziata. E che gridano: primavera! Lui c'è!

Chi ha detto che una croce non può divenire un bastone?  In cui le voci educate e ben tirate si trasfigurano in echi della tua mente, risorse per costruire una nuova vita e, perché no, per tendere una mano, dicendo: lo, loso è tutto e molto complicato, adesso più di prima, pe guarda un po' che sta succedendo da queste parti." Ho fatto un sogno, oh, sento bussare: c'è "qua". Dall'altra parte del muro c'è mia figlia e si è svegliata. Vado.

"Buongiorno amore!", con coccole esorrisi.

"Ciao mamma", mi risponde lei ancora un po' assonnata e aggiunge: "mi massaggi?"

"Certo, tesoro. Sai ho fatto un sogno."

"Anch'io!"

"E chi lo racconta prima?"

"Tu?"

"Io? No, tu"."

"Tu, mamma."

Ero una principessa o una regina, non so ed  ho desiderato di preparare personalmente il caffè per mio marito e una mia collega. Quando sono andata nelle cucine ho messo tutti in difficoltà, nessuno sapeva cosa fare, se aiutarmi o lasciarmi fare, a dire il vero la prima ad aver problemi ero io perché non sapevo dove mettere le mani, dove erano le cose e chiedevo informazioni, anche per avere una guantiera e due tazze! Quando finalmente ho trovato la macchinetta del caffè e l'ho messo a fare mi sono accorta che i fornelli non erano all'ultimo grido: ho alzato glio occhi: le 12:30. Era ora di accompgnare Giada, alla porta della scuola perché i suoi genitori erano arrivati a prenderla, per riportarla a casa." Giadina, che  ci fai nei miei sogni?  Sei venuta a dirmi, forse: "Prof. ci vediamo agli esami."  Grazie, figlia, per avermi dato la mano per camminare nel giardino della pedagogia differenziata. Ho sentito qualcosa di speciale in te, tu mi capivi più degli altri, come se tu ti sapessi mettere meglio nei miei panni. Ma chi lo sta dicendo, figliia, credevolo stessi dicendo io a te e invec sei tu che lo dici a me, incredibile. Dio c'è e non è una statua o un deo terreno. Buona vita, figlia mia, grazie oer ogni cosa, soprattutto per i tuoi sguardi sorridenti nei quali c'erano i discorsi e le interrogazioni più belli e completi che mai ascolterò più. A proposito, visto che non hai fatto altro che desiderare di venire a casa mia e con la mia macchina, ripetendolo in continuazione, qui i questo luogo te lo prometto. Ti voglio bene.

"Nel sogno piccolo vedevo una torta tutta colorata. In quello grande invece facevo due gare, i miei avversari erano tutti grandi, nella prima non vincevo, ma nella seconda io sono arrivata prima. Correre stsnca, mamma, mi massaggi ancora?"

Perdonatemi, figli miei, se ho detto o fatto cose che non dovevo o che dovevo e voi non potevate capire: ritocchi di questo ultimo quadro.

Il girasole

C'era una volta un campo di girasoli che svettava su una collina e un bambino che amava guardare i fiori.

Un giorno mentre il bambino passeggiava tra i suoi fiori si accorse che uno dei girasoli era diverso dagli altri: tutti erano gialli e lui era rosso. Tornato a casa lo disse al suo papà e lui prontamente gli rispose che ciò non avrebbe modificato la qualità dell'olio.

Il giorno seguente, dopo colazione, si diresse verso il campo per osservare meglio il suo girasole, declinando l'appuntamento con la sua amica del cuore. Il fiore era simile agli altri suoi fratelli, lo stesso stelo forte, le stesse foglie a forma di cuore allungato e con tre venature, i petali numerosi allo stesso modo, solo il loro colore era diverso. Soltanto il colore era diverso?

Lui sentiva che c'era dell'altro. Era così preso da questa comparazione che non si era accorto del tempo che era passato, il sole ormai era alto nel cielo. ritornando con lo sguardo sul fiore si rese conto che questo non era "attratto" dal sole come gli altri girasoli. Tornò in altre ore della giornata ed ebbe la conferma: il girasole non si "girava" verso il sole e dunque non seguiva il suo percorso dall'alba al tramonto, per poi rivolgersi verso la terra a sera. Passò la sua estate protetto dalla sua ombra, condividendo con lui i suoi pensieri, proprio come si fa come un amico speciale.

Un giorno decise di raccontare questo segreto ad Angelica. Angelica era una bambina dolce e aveva molto in comune con Alessandro, compreso l'amore per la natura. Era agosto. ad agosto si festeggiava l'estate con danze e spettacoli all'aperto, lì in paese, ma la loro giornata ideale era stare lì con il loro unico amico a giocare, a scherzare o a fantasticare sul loro futuro.

Alessandro spegò ad Angelica che i grani dei girasoli sarebbero serviti per l'olio e lei s'intristì.

Alessandro chiese al padre quando i fiori avessero raggiunto la completa maturazione e prese la sua decisione. Una mattina si alzò prima di tutti e recise il suo fiore. lo pose su un piano avendo cura che fosse al sole più ore possibili; sua sorella aveva fatto la stessa cosa col suo bouquet da sposa e i fiori si erano conservati bene.

Il giorno del compleanno di Angelica si presentò elegantissimo alla porta con una grande scatola in mano. Quando lei l'aprì restò in silenzio: dentro vi era un sole a forma di fiore, era la corolla del loro girasole.

Quel girasole è ancora appeso alla porta di una vecchia coppia dal nome Alessandro, lui e Angelica, lei.

"Mamma, la fine di questa favola mi piace, ma non voglio che il bimbo recida il girasole, cambia questa parte."

"Dimmi amore, tu come la cambieresti?"

"Facciamo che Alessandro tira un petalo dal girasole lo mette in un quadretto e lo regala ad Angelica.

Il papà raccoglie i semi e produce l'olio."

"E poi?"

"L'anno successivo nel campo nascono nuovi girasoli e tra quelli gialli ce ne sono tanti rossi.

Adesso me ne racconti un'altra? Mi piacciono le tue favole.

Scriviamo un libro, mamma?"

"Amore, che dici se lo facciamo insieme? Io te le racconto la sera e tu poi mi aiuti a ricordarle il giorno dopo, lo sai che me le dimentico, così le scriviamo a quattro mani!"

(Ti amo Vivì)

Un nome, casa

Al mio primo vagito aveva quattordici anni

mia madre.

"Bella con le gonne sotto al ginocchio, com'eri bella" (1),

Mi cantava piangendo,

mentre mi stringeva a sé,

O si stringeva a me?                          

mia madre.

 

Portavo i capelli cortissimi quel giorno quando mi dissero:

"Sembri proprio un maschiaccio",

era dal parrucchiere

mia madre.

Sono diventati poi lunghissimi

i capelli.

Mio padre mi nutriva col suo:

"Sei proprio un maschiaccio",

che li portassi corti o lunghi

i capelli.

Il maschiaccio naturalmente faceva sport, ma

Prima doveva fare

Fare

Fare così tante cose per la mamma che usciva già sfinito ancor prima di andare in palestra,

se becco chi dice che la vita dei bambini è una pacchia lo picchio.

 

Quando ho incontrato  Francesco ero grande, ricolma delle mie certezze di giovane donna,

sì perchè cari lettori da adulti, sia che voi lo siate o no, si diventa dubbiosi e rapaci? No semplicemente vigili.. Bionda, sì ero bionda come non mai ed amavo vestire di bianco e cercavo nella gente la perfezione. Quando gli ho stretto la mano, aveva appena terminato di rappresentare il suo spettacolo teatrale "Pinocchio", era luminoso come il cielo stellato di Addamiano e un "guizzo speciale" negli occhi gli comparve quando gli chiesi se nella sua famiglia ci fosse una Prof.ssa di Educazione Fisica; il ricordo di sua madre occupava una posto particolare nel mio cuore e glielo dissi, era stato uno dei modelli che portavo con me e che mi erano stati indispensabili nelle difficoltà e nelle crtezze della mia vita.

Mi sgridò spesso Francesco quando esageravo con i miei "splendido" e "meraviglioso" e forse aveva ragione, ma i suoi occhi, allora, non furon mai vendicativi o cattivi, sarà per quello che nell'oblio della mia mente di quel periodo, "Quel" guizzo speciale emerse con tutto il suo splendore e con esso un nome,

il suo. Francesco, una persona importante del mio passato.

Francesco era anche il nome del mio psicologo di allora. Non conosco molti psicologi, il mio parlava poco, forse perchè non aveva parole o faceva parte della sua formula, probabilmente ciò serviva per fare un "buon" lavoro.

Un giorno mentre qualche luce iniziava ad "accendersi" ho avuto il desiderio irrefrenabile di impastare oro e cemento su una tela e mentre lo facevo emergevano nitide e spavalde, eterne, delle immagini del mio passato, antichi dipinti, opere d'arte che avevo amato. L'amore per il bello, si ergeva, facendoSI stradA col viso fiero, lo sguardo alto e il pugno proteso verso l'alto.

Lo appeso nel suo studio, il mio quadro.

Francesco era anche il nome del mio preside preferito. E' morto qualche anno fa. Era bello, bello come il sole (mia madre ancora oggi mi direbbe che il mio senso del bello è proprio curioso), per me, ma per gli altri non era così: anzi ne avevano paura, io non ne ebbi mai: forse per la pelle del suo viso: non perfettamente compatta; forse per il suo passo claudicacante, col tempo ho scoperto che i claudicanti non sono amati: portava il bastone per incedere; penso avesse anche un brutto carattere, perchè era sempre solo, ricordo.

Quando entravano nella sua scrivania si perdevano: e ne avevano paura, penso: non era buia la sua presidenza, io lì ho vissuto i momenti didattici più densi della mia vita: I suoi occhi sapevano ben vedere e non penso si fermassero alle apparenze: io in classe mi annoiavo, dicevano sempre le stesse cose e così capitava che me ne andassi per i corridoi o a mangiar ememens, bon bon di cioccolato: mi vide più volte e ad un certo punto m'invitò in presidenza "così per quattro chiacchiere": mi chiamava il gatto con gli stivali.

E quel luogo per me divenne magico: m'insegnò la magia dello specchio, m'insegnò che ci si guarda nel cuore e nelle mani e sulle mani. M'insegnò che la scuola era fuori da scuola.

Non ero bravissima a scuola, molti erano i pensieri che m'attanagliavano, ma pian piano diventai un'asso in matematica e le altre che già m'annoiavano, me le misi come bracciale. mi sentivo importante, il mio migliore amico, era il mio preside: non ho mai avuto amici, forse sei stato l'unico mio amico vero. Ti chiamavi Francesco De Meo. Che Dio perpetui la tua pace nel cielo. Amen.

C'è un gioco che fanno i bambini, nascondino, e quando vengono scoperti per salvare i compagni vanno dove si è fatta la conta e gridano: CASA!

Ho conosciuto anche un Francesco prete, era bravo ad animare, ma soffriva di gelosia, purtroppo per la terra: spero caro Francesco che tu abbia superato il ...come lo chiamava Freud...mi sfugge...ora vado a cercar su google: complesso di Edipo. Ti voglio bene, Francesco.

Un nome, Francesco, una delle mie case, per me.

 

"Sei sempre bella, passa il tempo tu stai invecchiando, come sei bella, col fermaglio tra i capelli, a forma di stella". Te la dedico mamma.

 

C'è un altro Francesco nella mia vita, ma voglio tenerlo segreto. Mi ha fatto da padre con il suo sguardo fisso, troppo fisso su di me: pian piano si è coinvolto, troppo coinvolto e come Giuda ha tradito sua figlia. Tra i terribili, crudeli e inumani regali me ne ha fatto uno unico, mi ha reso un essere al di sopra delle parti, ma così al di sopra che ha messo tutte le scarpe spaiate. Padre.

Padre, prego per te, affinchè quando volerai lassù tu possa essere perdonato, almeno un pò.

A proposito il quadro la Porta della Misericordia era per te. Ti amo, comunque e poichè credo e spero sempre nei miracoli continuo a desiderare di comprare quegli occhiali con te. A proposito nell'autoritratto che ti ho fatto non eri venuto bene, perchè tu sei bello. Padre.

 1) Bella, Luciano Rossi, incisa nel 1975

Quasi una favola

"Le aquile non volano a stormi" (1)

 

"Un giorno ho avuto difficoltà con un fiore" (2),

gli uomini sono fiori quando sono ciechi

E proprio perchè non sanno della loro beltà

Non si concedono che poca roba nella vita.

Era un fiore speciale, il mio

mi aveva addomesticato

Proprio come era successo alla volpe del Piccolo Principe

E

Io,

Capita nella vita, avevo addomesticato lui,

Ero l'unica al mondo

Per lui

"Ero l'unico al mondo per lei."

Era un fiore speciale, il mio

L'azzurro del cielo possedeva le sue radici

Le sue parole avevano le sfumature degli abissi

Il suo sguardo possedeva la fiamma della vita

Le sue mani Le sue mani Le sue mani.

O matita non fermarti,

Le sue mani avevano del cielo le stelle.

E le stelle scendevano dalla sua veste,

Quando il suo passo incedeva verso,

Verso il tutto.

 

E dal tetto del mio cielo sono spuntate le rose,

sorridevo, allora.

E così è spiovuto per me.

 

Petali profumati cadevano

al mio passaggio

E si lasciavano calpestare, come

Come fossero nati per me.

"Possibile?" Io.

"Possibile?" Lui.

Possibile.

Ebbene sì, incredibile, ma vero, petali profumati cadevano al mio passaggio.

E si lasciavano calpestare come fossero nati per me.

Ero nati per me.

 

O matita non fermarti proprio adesso, per carità,

E così il cielo il mare il fuoco

L'oro l'incenso e la mirra

Si son dati convegno ognor per me.

Senza sosta

Senza sosta.

 

Danzare senza sosta, gioire senza sosta, te lo immagini

O tu che leggi?

 

Non avevo più bisogno di niente e di nessuno.

Tutto era possibile, anche il contrario di tutto.

E tutto accadeva davanti agli occhi di tutti:

Avete mai visto qualcosa di più pulito?

Avete mai visto qualcosa di più impalpabile?

Aveva bisogno di me,

per mangiare per dormire per sorridere

per sentirsi connesso nello spazio e nel tempo del consenso?

No, del senso per essere connesso, "sì, proprio così".

"Un giorno ho avuto difficoltà con un fiore." (2)

 

Dice Tagore che i fiori sono ciechi e gli uomini possono essere ciechi come i fiori, ma se non sono fiori e sono uomini, ma poiché tutto è possibile, se si dovesse trovare un uomo che è anche un fiore e se quell'uomo è una rosa:

Capita in un roseto che ci sia la rosa

La rosa più bella,

Ce n'è sempre una speciale,

Allora è bene lasciarla tra altre rose,

affinchè possa vivere  in eterno.

Vivi rosa bella vivi rosa mia

E se sono qui è anche grazie a Te.

"CHE LA PACE SIA CON TE." (3)

 

Di favole ce n'è sempre bisogno, te la dono, è per te.

Da qualsiasi parte prendi la vita, c'è sempre una favola da continuare o da incominciare e vale sempre la pena esserci. lo dice anche Ligabue:

"C'è sempre una canzone ancora da sentire"

 

Mio figlio, aveva parcheggiato la macchina nel parcheggio, com'era sistemata ordinatamente, hanno ragione alcuni condomini:

La devo smettere di parcheggiarla lungo il vialetto, come fanno anche loro.

 

 

 

 

 

Riferimenti

1) Le aquile non volano a stormi, Franco Battiato

2) Il Piccolo Principe, Antoine de Saint Exupérie

3) Alabarde alabarde, Josè Saramago